26.04.2018 – La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la legge Pinto nella parte in cui non consente di domandare una equa riparazione in pendenza del giudizio

La “Legge Pinto” (1) è la normativa vigente nel nostro ordinamento giuridico volta a contrastare le eccessive lungaggini processuali, con l’obiettivo di garantire un equo indennizzo ai cittadini danneggiati da tali indebiti ritardi.

Legge pintoAd avviso di una recente pronuncia della Corte Costituzionale tale disciplina, in seguito alle modifiche degli ultimi anni, non sarebbe adeguata ad assicurare in forma sufficiente la tutela dei diritti dei cittadini.

Più precisamente, la Corte di Cassazione (2), ha sollevato la questione di legittimità costituzionale con riferimento all’art. 4 della legge 24 marzo 2001, n. 89.

L’art. 4 della Legge Pinto, nella precedente versione, prevedeva che «La domanda di riparazione può essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva» (3). Dunque, in base alla norma – dichiarata ora incostituzionale – il giudizio poteva essere promosso, a pena di improcedibilità, solo dopo la conclusione  del processo in cui era maturato il ritardo (con sentenza definitiva).

A seguito dell’incidente di costituzionalità, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 88/2018 (4), ha dichiarato la legge Pinto illegittima nella parte in cui non prevede che la domanda di equa riparazione possa essere proposta in pendenza del procedimento in cui è maturato l’irragionevole ritardo.

La Consulta pertanto, anche successivamente al forte monito contenuto in una precedente decisione  della medesima Corte (5), ha ritenuto opportuno censurare l’articolo 4 della legge Pinto con riferimento ai principi di ragionevolezza e di ragionevole durata del processo (per violazione degli articoli 3, 24 e 111 della Costituzione) nonché ai principi sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

In  buona sostanza, il Giudice delle leggi ha censurato la norma proprio nella parte in cui condiziona la proponibilità della domanda di equa riparazione alla previa definizione del procedimento presupposto, argomentando la decisione in base alla considerazione che tale norma « non offre infatti alcuna tutela proprio nei casi più gravi, nei quali non vi è neppure certezza che la sentenza, ancorché in ritardo, possa comunque arrivare ».

In una nota dell’ufficio stampa della Corte (6) viene chiarito che la medesima, posta la“grave lesione di un diritto fondamentale”, è stata costretta a porvi rimedio “rinviando alla prudenza interpretativa dei giudici di merito”. Allo stesso tempo la decisione ha evidenziato  l’opportunità  da parte del Legislatore di “provvedere eventualmente a disciplinare, nel modo più sollecito e opportuno, gli aspetti che apparissero bisognevoli di apposita regolamentazione.”

Tale pronuncia consente, pertanto, un accesso più rapido alla tutela indennitaria prevista dalla disciplina, evitando al cittadino di dover attendere una sentenza definitiva prima di poter proporre il ricorso per equa riparazione.

In relazione all’ottenimento dell’innizzo, tuttavia, restano gli ostacoli introdotti dalla Legge di Stabilità del 2016 attraverso i c.d. “rimedi preventivi” che, qualora non esperiti, impediscono la proponibilità dell’azione in giudizio.

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Note:

  1. L. 24/03/2001 n. 89
  2. Ordinanza del 10 dicembre 2016, la Corte di Cassazione, sezione sesta civile
  3. La norma era stata introdotta dal Governo Monti nel 2012 assieme a tutta una serie di modifiche tese, di fatto, a limitare l’accesso ai ricorsi per ottenere l’equo indennizzo, ridurre i risarcimenti, rendere più oneroso l’accesso.
  4. Corte Costituzionale Sentenza 26 aprile 2018, n. 88
  5. Sentenza Corte Cost. 25 febbraio 2014 n. 30
  6. Nota consulta